Le mosse del partito anti patrimoniale per resistere alla tentazione della botta secca

Se la patrimoniale è “una roba di sinistra”, come dice Bossi, sulla Lega ci aveva visto giusto Massimo D’Alema con la vecchia storia della costola. Negli ultimi tempi sono due i pezzi grossi leghisti che hanno detto che la tassa più feroce si può mettere. Due veneti più o meno maroniani: Flavio Tosi, sindaco di Verona, e Luca Zaia, presidente della regione, hanno aperto all’ipotesi di un prelievo straordinario. Leggi Tra tasse e sviluppo il Cav. e Tremonti si giocano l’ultima chance - Leggi Gli errori commessi da Tremonti, dal Cav. e da Bersani dal blog Cerazade
8 AGO 20
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Di cosa si tratti in senso tecnico è poco chiaro anche a chi lo sostiene: dietro al termine “patrimoniale”, un tempo afferente solo alla sfera ideologica della sinistra, si possono celare tanto il famigerato blitz notturno sui conti correnti di Giuliano Amato quanto un ripristino dell’Ici sulla prima casa o altre soluzioni ancora. Sta di fatto che alla sorpresa dei leghisti fa da eco ancor più rumorosa analoga posizione nel partito del “meno tasse per tutti” e del “mai le mani nelle tasche degli italiani”. In un’intervista al Corriere Gianni Alemanno ha replicato il ragionamento del collega veronese, facendo sua una proposta che fino a poche settimane fa avrebbe fatto credere a un errore delle agenzie di stampa. Il gruppetto di 4 pidiellini che ieri ha minacciato di non votare il decreto aspetta Tremonti al varco su questo punto, e per il Cav. dev’essere stata una pugnalata sentire persino l’amico di una vita Giampiero Cantoni dire che “la patrimoniale no, piuttosto un’eurotassa, come Prodi”.
Del resto, qui – come dice Gianni Letta – “crolla tutto” e, dostoevskianamente, “tutto è possibile”, pure che il Pdl tifi patrimoniale. Il punto è: può passare un provvedimento così lancinante per l’elettore di centrodestra con l’esplicito diniego di Bossi e del Cav.? Il paradosso è che a sostanziare il “no” potrebbe essere una silenziosa cordata con moschettoni agganciati a sinistra. In questo momento di appelli alla concordia nazionale, nessuno può pensare di uscire allo scoperto, soprattutto finché il decreto annunciato dal governo non sarà nero su bianco (e ieri Tremonti non ha fatto cenno al tema, ed è bizzarro che nessuno l’abbia sollecitato).
Eppure il fronte della patrimoniale disgrega quello del bipolarismo almeno quanto il biotestamento. Nel Pd c’è un’ala anti stangata che mal sopporta la linea equivoca di Bersani (“Chi ha di più deve dare di più” è una ricetta vaga) e il tifo esplicito che invece arriva da Amato, da tanti veltroniani e dal versante ex popolare, da Beppe Fioroni in giù. Quest’ala, che ha il suo uomo chiave nel responsabile economico Stefano Fassina, ha nell’aiuto a Berlusconi su questo tema una prateria da percorrere con cautela e decisione. L’apparato ideologico per contrastare l’ipotesi della patrimoniale è comodo: una misura una tantum può aiutare a tappare il buco dell’anno in corso, e facilitare il famoso pareggio che il governo vuole costituzionalizzare (e in teoria lo stesso ragionamento vale per quel contributo di solidarietà sul 5-10 per cento dei redditi tra i 60 e 100 mila euro annui di cui si vociferava ieri in Transatlantico dopo l’audizione di Tremonti).
Tuttavia, dura il tempo del prelievo e ha natura recessiva: l’opposto delle misure strutturali di lungo periodo che possono consolidare la sostenibilità del nostro debito senza massacrare la crescita. Tocca restringere il perimetro della spesa pubblica, il resto sono toppe. Su queste ragioni, un solido “no” detto da sinistra alla patrimoniale vedrebbe prevalere motivazioni di lungimiranza su una paradossale mano tesa al Cav. Anche perché altrettanto politiche sono le manovre che, dal Carroccio e non solo, puntano alla patrimoniale. Chiunque tifi per un rapido ricambio ai vertici di Pdl e Lega ha interesse a prendere sul serio l’aut aut che il premier ha fatto trapelare: “Piuttosto che la patrimoniale, mi dimetto”. Non è un caso se la plateale smentita che Tosi e Zaia hanno rifilato sul tema a Bossi sia ascrivibile al ministro Maroni. E non è un caso neppure se il fedelissimo del Senatur Marco Reguzzoni, capogruppo alla Camera, abbia ribadito il no totale all’ipotesi: la guerra in via Bellerio è totale.
Attorno alla mamma dei prelievi fiscali si gioca una partita che darà una significativa assestata pure al quadro economico-ideologico dei partiti e delle coalizioni. L’ala più ostile a derive a sinistra nel Pd ha un’occasione per spostare l’asse del partito, cercando sponde in zona Udc. Che questo avvenga sul più berlusconiano dei terreni è, tutto sommato, una degna sanzione.